Appunti cambogiani.
La Tailandia è un paese in rapido, vigoroso sviluppo, anche selvaggio naturalmente, e con
qualche alto e basso, dovuto ai contraccolpi della crisi mondiale. La sua offerta di lavoro
esercita una forte attrazione per le popolazioni dei paese limitrofi come la Birmania e il
Laos, ma soprattutto della Cambogia, che si trova al 143° posto su 188, in base all’indice
di sviluppo umano (ONU – 2014).

A nord, ai confini con la Tailandia, troviamo le province di Siem Reap, Battambang e
Banteay Mancheay, dove GVC lavora e che sto visitando in questi giorni. I villaggi sono
spesso dispersi nelle foreste, le capanne, su palafitte, sono di legno e paglia, qualche tetto
“moderno” in lamiere di zinco. La popolazione vive d’agricoltura e pesca: una fragilissima
economia di sussistenza, che periodicamente e bruscamente si destabilizza alla minima
variazione metereologica. Quando accade, l’unica alternativa che si pone per sfamare la
famiglia, a granai vuoti, è migrare in Tailandia in cerca di lavoro.
Fameliche agenzie di reclutamento, quasi sempre clandestine, sono pronte a sfruttare la
vulnerabilità della popolazione al di là del confine e muovono centinaia di lavoratori,
uomini, donne, bambini, privi di qualsiasi tutela e totalmente alla loro mercé, in condizioni
di semi-schiavismo.
Chi parte è mosso dal bisogno, pronto a credere a qualsiasi promessa.
Anche se cittadino cambogiano, conosciuto e “riconosciuto” nel suo villaggio,
normalmente non ha documenti d’identità. Ottenere il passaporto, richiede una lunga e
costosa procedura, impresa impossibile per un contadino analfabeta e indigente, che deve
confrontarsi con le burocrazie di provincia cambogiane, ignare della problematica quando
addirittura non colluse con i reclutatori.
L’uomo, la donna, il ragazzo, che lasciano il villaggio, sono convinti di tornare dopo uno, due,
tre mesi di lavoro in agricoltura o in edilizia o in qualcuna delle innumerevoli e miserevoli occupazioni, ormai rifiutate dai tailandesi stessi; invece, al di là della frontiera, per lo più di notte, si ritrovano su un
camion diretto chissà dove, a fare chissà cosa e passano molti mesi, a volte anni, prima di
poter tornare. Molti non ritornano nemmeno e non se ne sa più nulla.
Naturalmente, tra tutti, restano sempre più vulnerabili a questo traffico di esseri umani le donne
e i bambini, qui come ovunque.

GVC da tre anni lavora in Cambogia assieme a poche altre ONGs internazionali, in un
programma finanziato da EuropaAid per cercare di tutelare i migranti, per ridurre lo
sfruttamento del lavoro e il traffiking.
Ora il programma si estenderà ad altre province e una nuova base viene aperta in Tailandia,
nelle zone, diciamo così, “di accoglienza” di questa particolare tipologia di “dannati della terra”.
E’ un programma ambizioso e difficile, che ovviamente deve includere le istituzioni e le
amministrazioni, di qua e di là della frontiera.
Difficile distinguere tra chi ci crede e chi rema contro. Non siamo soli.
Teoricamente lavoriamo assieme ai governi, ci appoggiano le ONGs locali, giuristi e
avvocati sinceramente motivati e qualche volta perfino ufficiali di polizia.
Ma si comincia sempre dal basso, dai villaggi. Tra gli obiettivi specifici del progetto vi è
quello di sviluppare reti tra le comunità per condividere, diffondere informazioni sulla
migrazione sicura e i rischi legati alla migrazione irregolare, fornire formazione sulla
gestione efficiente delle rimesse e implementare gruppi e reti di auto-protezione su base
comunitaria, lavorando soprattutto con giovani e donne e accrescere il capitale sociale,
per la promozione dei diritti umani e per lo sviluppo economico e sociale.
Ho partecipato ad alcune di queste riunioni (come le chiamiamo, di auto-aiuto? Di auto-
coscienza?). La popolazione si raccoglieva generalmente nel tempio del villaggio, i monaci
buddisti sempre attenti e coinvolti. Dopo un’introduzione sull’importanza dei documenti
d’identità, come primo, minimo elemento di difesa e tutela, tenuta in lingua khmer dai
nostri animatori, parlavano gli “ambasciatori sociali” quelli che erano stati migranti
clandestini e che erano disposti a condividere le loro (allucinanti) esperienze.
Tra gli altri, ho ascoltato la testimonianza del Signor Run Sak. La riporto così, come mi è
stata tradotta in inglese, ma era molto espressiva anche in khmer. Due anni fa era stato
reclutato come stagionale per la raccolta del riso, appena al di là della frontiera, vicino al
suo villaggio. Privato subito del cellulare, era stato caricato su un camion e dopo due
giorni di trasferimenti notturni, era stato “venduto” al capitano di un peschereccio d’alto
mare. Da quel momento in poi non ha più visto la terraferma, impiegato come mozzo
d’infimo grado, perfino ignaro se avrebbe guadagnato qualcosa o no. Un giorno, un
collega si è ammalato, era scosso da brividi febbrili, forse malaria. Dopo due giorni “non
parlava più” (era in coma?). E’ venuto un caposquadra, che l’ha bastonato per bene e
quando si è davvero convinto che non stava recitando, con l’aiuto di altri due marinai, l’ha
scaricato in mare. Punto. Run Sak, termina così, brutalmente, la sua storia, e ci guarda
con occhi scuri, profondi, che dicono tutto e non serve aggiungere altro. Più tardi ci
spiegherà che dopo altri mesi, il peschereccio alla fonda in un porto vietnamita, è riuscito a
scappare e a tornare infine al suo villaggio.
Nei giorni successivi, altri incontri in altri villaggi. Poi le riunioni di coordinamento con gli
animatori e le ONGs locali. Poi i cerimoniosi e obbligatori incontri con gli amministratori
locali e nazionali. Sembrano tutti coinvolti, sensibili e sensibilizzati. Alla fine l’ultima
riunione con la delegazione europea. Loro ci finanziano, vogliono sapere dei risultati
raggiunti e dei futuri programmi. Anche loro sembrano soddisfatti. Servirà a qualcosa tutto
ciò? Stiamo andando avanti? Difficile a dirsi, difficilissimo “misurare” i risultati. Ma ho
l’impressione di sì, o che almeno ne valga la pena. Chi ha ascoltato Run Sak ha imparato
qualcosa, anche il “sindaco” del villaggio, che era con noi e, seguendo il racconto,
tratteneva il respiro.
Phnom Penh, 14 gennaio 2017
Franco De Giorgi