Il blog ABRM

 

Care amiche e cari amici di ABRM
considerando quanto ci leghi l’amicizia ancora prima dell’appartenenza alla nostra associazione e quanto ci terrà forzatamente lontani la condizione di isolamento personale che le gravi circostanze ci impongono, abbiamo pensato di istituire un canale di corrispondenza fra di noi sulle nostre esperienze di questo periodo, sulle impressioni che riceviamo dall’esterno, sulle considerazioni che facciamo, sulle notizie e le informazioni che vogliamo condividere.
Tutti noi riceviamo messaggi di vario genere, compresi quelli tesi a sdrammatizzare, come video, foto, vignette satiriche: lascerei da parte tutto questo, e in primo luogo le fake news che pure arrivano credo a tutti (anzi, forse invece queste ultime sarebbero da segnalare, se qualcuno le riconosce come tali).
Mi piacerebbe che ci concentrassimo su di noi, proprio per non restare sospesi e impotenti. A questo può servire il sito dell’associazione.
Mi piacerebbe che chiunque di noi abbia qualcosa da segnalare o da dire lo potesse fare sapendo di avere un luogo comune, come il cortile in cui giocavamo da piccoli.
Laura Morbini
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2 Replies to “Il blog ABRM

  1. scrive Franco
    Ciao.
    Porto anch’io un piccolo contributo.
    E’ solo una scopiazzatura, forse più avanti riuscirò ad elaborare qualcosa di mio e ve lo proporrò, ma per adesso non ci riesco.
    Sono pigro e vecchio e disincantato, in questo frangente e per il momento, piuttosto che le riflessioni mi attirano i vecchi libri che sto tirando su ad uno ad uno dalla cantina. Per fortuna ne ho tanti e dureranno parecchi mesi.
    Invece gli articoli come quello di Costanza Jesorum (quello della Laura) faccio fatica a leggerli fino in fondo (ma questa volta ci sono riuscito), c’è dentro troppo, troppi spunti, troppe domande, troppi buchi neri, vi dico onestamente che non mi va di pensarci su.
    Preferisco il facile ottimismo e la demenziale allegria che ritrovo anche tra i miei vicini di condominio. Così vi mando alcune brevi righe tratte dalla Repubblica di oggi, che non vi impegneranno più di tre minuti.

    Vi abbraccio tutte e tutti. Franco.

    Enrico Quarantelli (1924-2017) non era un utopista, ma un sociologo americano, specializzato nello studio delle reazioni ai disastri. Iniziò con un tornado in Arkansas nel 1952 e proseguì con dozzine di casi.

    Fu dopo il grande terremoto in Alaska del 1964 che, avendo notato le stesse condotte ricorrenti, trasse le prime conclusioni. Queste: gli eventi catastrofici tirano fuori dall’umanità il meglio. Non è vero che si reagisca istericamente. La solidarietà prevale sul conflitto. La società diventa più democratica. Svaniscono, almeno temporaneamente, le diseguaglianze e le distinzioni di classe.

    Si soffre e si lavora insieme. I governi e le burocrazie che si impongono di essere rigidi e non improvvisano mai restano spesso senza timone. Sorgono allora organizzazioni spontanee di cittadini, una sorta di risposta civica immune al male. Ci si trova più vicini al senso delle cose e di se stessi.

    In tempi normali si soffre da soli, l’esperienza della vulnerabilità ci emargina e ci fa sentire discriminati e risentiti nei confronti di chi è risparmiato. Il disastro accomuna, sbuccia la superficialità, lascia l’essenza.

    A chi gli chiedeva perché si tende a pensare il contrario di quanto dimostrato dalle sue ricerche, Quarantelli rispondeva: “E’ difficile accettare che la bontà sia la normalità, è una verità troppo rassicurante”.

  2. cari amici, io sono ad Amsterdam e vivo in modo un pò attenuato questa ansia che comunque arriva lenta e strisciante anche nei paesi del Nord.
    Mi pongo tante domande su questa sofferenza e su tante altre sofferenze individuali e collettive che abbiamo vissuto o alle quali abbiamo assistito nel corso della nostra vita. Credo anche io che dovremmo riuscire a dirci qualcosa tra di noi. Attraverso i nostri progetti e anche attraverso le nostre esperienze ci siamo confrontati con la precarietà dell’esistenza altrui ed abbiamo cercato di farcene carico almeno un pò. Questa scopertà della nostra precarietà ci darà nuove motivazioni o ci lascerà sospesi e impotenti? Ne usciremo più motivati o resteremo muti ringraziando non so chi di averla scampata un’altra volta? Scusate la banalità…
    Maurizio

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